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Negli ultimi anni, il termine “sostenibilità” è diventato quasi un mantra nel settore costruttivo. Eppure, dietro la comunicazione spesso entusiasta delle tecnologie verdi e dei materiali “eco-friendly”, esiste una realtà molto più complessa, densa di compromessi, limitazioni tecniche e scelte che raramente sono bianche o nere.
Quando gli scienziati entrano in questa conversazione emerge un quadro diverso. È questo lo spazio che l’ENEA, l’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile, ha deciso di occupare con determinazione: quello di una ricerca rigorosa, metodica, costruita su dati reali e su monitoraggi sul campo.
Tre ricercatori del Laboratorio Tecnologie per la Salvaguardia del Patrimonio Architettonico e Culturale di ENEA—Vincenza Anna Maria Luprano, Patrizia Aversa e Ivano Iovinella— ci raccontano come la scienza sta cercando di orientare l’industria costruttiva verso una decarbonizzazione autentica, dove la sostenibilità non è una promessa di marketing, ma un risultato verificabile e misurabile.
L’ENEA si posiziona come centro di riferimento per i professionisti del settore, con un compito ben preciso: coniugare lo sviluppo di nuovi materiali e la promozione di una sostenibilità autentica, testando rigorosamente i materiali immessi sul mercato e fornendo feedback agli utilizzatori finali.
Questo è un ruolo cruciale in un momento storico dove il settore costruttivo si trova sotto pressione crescente. L’edilizia, infatti, è il settore più energivoro e il maggiore contributore alle emissioni di CO2 tra i comparti industriali, rappresentando almeno il 40% del peggioramento della situazione climatica globale. La missione di ENEA è chiara: favorire il processo di decarbonizzazione e il rimodernamento del settore attraverso innovazione basata su evidenze scientifiche.
La metodologia di ricerca dell’agenzia segue un approccio che la ricerca internazionale riconosce come affidabile: i progetti ENEA prevedono la sperimentazione di nuovi materiali e metodologie con l’obbligo di un monitoraggio sul campo che, nel caso di progetti finanziati dalla Comunità Europea, prevede una durata di almeno dodici mesi.

Questo monitoraggio è fondamentale per verificare che le proprietà dichiarate nelle schede tecniche dei materiali corrispondano effettivamente agli effetti positivi riscontrabili in opera, sia in termini di risparmi di CO2 che di consumi energetici. In un settore dove spesso proliferano affermazioni non verificate, questa pratica rappresenta un’ancora di certezza.
Il grosso dell’impatto ambientale e della sfida climatica risiede nel patrimonio costruito esistente, mentre l’impatto delle nuove costruzioni è significativamente minore. È una prospettiva strategica che ridefinisce le priorità dell’intervento sostenibile.

Nel 2023, ENEA ha avviato il Progetto ReHouse (Renovation packages for Holistic improvement of EU’s building efficiency) insieme ad un parterre di partners europei: un’iniziativa finanziata da Horizon Europe che rappresenta un laboratorio affascinante di sostenibilità applicata.
Il progetto, che durerà fino al settembre 2026 e coinvolge 25 partner da 8 paesi europei, prevede lo sviluppo e la sperimentazione di 8 soluzioni innovative e olistiche per processi di ristrutturazione efficienti, economici e sostenibili. Queste soluzioni verranno implementate e testate presso 4 siti dimostrativi distribuiti geograficamente: in Grecia (Xanthi), Francia (Saint-Dié-des-Vosges), Ungheria (Budapest) e Italia (Margherita di Savoia, in Puglia).
La scelta del sito italiano è strategica e affascinante dal punto di vista scientifico. Margherita di Savoia si trova in un’area marginale della provincia di BAT (Barletta-Andria-Trani), caratterizzata da un ecosistema ricco di biodiversità.
Ma ciò che la rende particolarmente interessante dal punto di vista della ricerca è una scarsa sperimentazione pregressa nel settore edile sostenibile e condizioni climatiche e ambientali estremamente sfidanti.
Nel progetto è stata selezionata una piccola palazzina di otto appartamenti di case popolari gestita dall’agenzia ARCA Capitanata, Agenzia Regionale per la Casa e l’Abitare: una scelta che garantisce anche una potenziale replicabilità dell’intervento su scala significativa.
L’ubicazione presenta sfide multiple e affascinanti. La palazzina si trova all’inizio della zona sismica vicino il Foggiano, il che ha richiesto un approccio olistico di riqualificazione non solo energetica, ma anche strutturale. Inoltre, la vicinanza alle saline storiche dell’area espone l’edificio ad agenti atmosferici particolarmente aggressivi e a problematiche climatiche importanti, rendendo il monitoraggio dei materiali e dei sistemi ancora più rilevante dal punto di vista scientifico.

L’intervento strutturale ha incluso l’ottimizzazione del processo di conoscenza dell’edificio tramite tecniche non distruttive (NDT) per indagare i pilastri e minimizzare i tempi di intervento.
Il cuore dell’intervento è costituito dall’impiego di un materiale particolarmente innovativo nel rivestimento degli edifici:
L’utilizzo della canapa crea un circolo virtuoso a chilometro zero, concetto cruciale poiché gran parte del consumo di CO2 è dovuto al trasporto, e ottimizzare le distanze è vitale per la sostenibilità”.
Uno dei nuclei centrali del progetto ReHouse riguarda la scelta del materiale isolante: il canapulo, lo scarto della trasformazione della canapa industriale.
Il processo di produzione del canapulo per il settore edilizio è molto importante, poiché la canapa, materiale vegetale naturale è sensibile all’umidità e richiede procedure corrette di produzione, stoccaggio oltre all’attenzione di una conservazione in cantiere durante le fasi di posa in opera.
Questa scelta non è puramente tecnica, ma anche territoriale e strategica. Qui risiede tuttavia una delle grandi sfide della sostenibilità reale, quella che gli scienziati affrontano con onestà. La produzione di canapa in Italia, pur essendo in crescita, non è ancora sufficiente a coprire interamente la domanda, specialmente per gli usi edilizi, e non è standardizzata. Questo è uno degli aspetti che fa prediligere l’importazione dalla Francia, annullando almeno parzialmente il vantaggio in termini di trasporto e di circolarità.

La Regione Puglia sta investito significativamente nella conversione dei terreni in canapa industriale, e l’utilizzo della canapa come materiale isolante per il settore delle costruzioni sostiene anche questa filiera agricola locale, creando un circolo virtuoso di economia circolare a km0.
Con il mutare delle condizioni climatiche, diventa indispensabile che i progettisti, nell’utilizzare software di simulazione, inseriscano dati di input accurati e aggiornati, poiché i database commerciali non sempre rappresentano adeguatamente i nuovi scenari climatici.
Stando ai dati della ricerca internazionale, infatti, il comportamento termoigrometrico dei biomattoni di calcecanapulo sono comunque confrontabili ai materiali isolanti tradizionali comunemente utilizzati come il Poroton o l’EPS, e registrano risultati leggermente più performanti se accompagnati da una buona gestione delle ventilazioni interne , soprattutto nella fase invernale, permettendo alla casa di “respirare” .
L’intervento complessivo di ReHouse rappresenta un modello di integrazione tra ricerca, innovazione e considerazioni sociali.
La riqualificazione prevede l’applicazione di una parete ventilata multifunzionale dall’esterno, scelta che minimizza il disturbo agli inquilini e accelera i tempi di esecuzione rispetto agli interventi interni. Questa parete innovativa integra pannelli fotovoltaici verticali per la produzione di energia decentralizzata, allineandosi con l’obiettivo del progetto di raggiungere una classe energetica prossima allo zero consumo (Classe A) o addirittura quella di generare più energia di quanta se ne consuma, grazie anche all’innovazione degli impianti di riscaldamento e raffreddamento.
Prima di proporre il progetto REHOUSE, ENEA si è occupata della mappatura degli scarti prodotti nel territorio pugliese, quali paglia e canapulo, per valutarne il riutilizzo in altre filiere, incluso il settore edile. Questo approccio di economia circolare non è superficiale: rappresenta un vero e proprio studio territoriale per spingere il modello km0.

Come emerge dall’intervista, il ragionamento è che la scelta dell’intervento debba essere pianificata a monte tenendo conto, in ordine di priorità, di sicurezza strutturale, durabilità e sostenibilità.
La scelta più sostenibile in termini di materiale non sempre coincide con la scelta più adatta all’intervento complessivo.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto ReHouse è il coinvolgimento degli inquilini nel processo decisionale, una dimensione che la Commissione Europea ha spinto fortemente—quella dell’innovazione sociale.
I ricercatori ENEA hanno convintamente creduto nell’utilizzo di facilitatori per spiegare le innovazioni agli inquilini e gestirne l’accettazione, un’azione particolarmente delicata in un contesto di edilizia popolare, dove alcuni residenti presentano minore familiarità con le nuove tecnologie.

I risultati di questo dialogo sono stati illuminanti e umani. Gli inquilini hanno espresso le loro perplessità nell’installazione di una parete verde a nord, per il timore degli insetti e per l’impegno richiesto dalla manutenzione. Tali dubbi sono stati presi in carico da ARCA Capitanata nelle decisioni finali.
Hanno invece accettato pienamente la completa elettrificazione della palazzina, inclusi i fornelli a induzione, percependola come un miglioramento tangibile della qualità della vita.
Questa accettazione rappresenta un cambio di prospettiva: la sostenibilità è accettata non come un sacrificio ambientale astratto, ma come un miglioramento del comfort abitativo concreto e misurabile.
L’azione del facilitatore è stata considerata una buona prassi di tale rilievo che la Regione Puglia l’ha già inserita nelle nuove linee guida per i progetti di rigenerazione urbana. Gli indicatori di performance (KPIs) del progetto includono:
Il confronto con i costi non è stato trascurato: i partner sono stati incoraggiati a utilizzare prodotti più economici per favorire un ampio spettro di applicazione e replicabilità su scala europea.

Se la sostenibilità energetica degli edifici presenta sfide significative, quella strutturale si rivela ancora più complessa. I materiali strutturali devono rispettare requisiti normativi estremamente stringenti in termini di resistenza meccanica, durabilità e affidabilità: questo limita drasticamente lo spazio per l’innovazione sostenibile.
Nelle strutture esistenti, infatti, la scelta di materiali innovativi può ridursi drasticamente—spesso a due o tre soluzioni al massimo—poiché i nuovi materiali devono possedere caratteristiche compatibili a garantire una buona adesione con le strutture esistenti.
Un aspetto centrale in questo ambito riguarda la produzione del cemento, un materiale ancora oggi fondamentale per il settore delle costruzioni.
Pur contribuendo a una quota rilevante delle emissioni globali di CO₂ (circa l’8%), tale produzione è strettamente legata al processo di cottura del clinker, ottenuto portando argille e calcare a circa 1.500 °C.
La possibilità di sostituire parte del clinker con materiali alternativi, come ceneri volanti o scorie d’altoforno, offre prospettive interessanti, anche se il reale beneficio dipende da valutazioni complessive che includano, ad esempio, i potenziali impatti del trasporto su lunghe distanze.
In questo quadro si inseriscono i concetti di sostenibilità indiretta e compensazione, con iniziative come la forestazione, che contribuiscono a bilanciare le emissioni.
Come sottolineano i ricercatori ENEA, il comparto strutturale edile mantiene un’impostazione prudente e fortemente orientata alla sicurezza. Per questo motivo, anche soluzioni innovative e promettenti richiedono tempi lunghi di studio (spesso decennali) —prima di una diffusione su larga scala, dovendo rispondere a verifiche approfondite di durabilità su periodi di 20, 30 o persino 50 anni, indispensabili per garantirne l’affidabilità in applicazioni critiche e in contesti normativi molto rigorosi.»
Una delle dimensioni meno comunicative ma affascinanti del lavoro ENEA riguarda l’economia circolare applicata ai rifiuti edili. L’agenzia si occupa di mappare gli scarti prodotti in specifici territori—lana in Sardegna, paglia, canapulo in Puglia—per valutarne il riutilizzo in altre filiere, incluso il settore edile. Questo approccio rappresenta un’inversione di paradigma rispetto alla gestione tradizionale dei rifiuti.
Studi internazionali hanno dimostrato che oltre il 95% dei materiali provenienti dalla demolizione può essere riutilizzato: il 35% per rinnovare la struttura stessa e il 60% per altri usi, senza finire in discarica.
Una ricerca condotta da ENEA in collaborazione con l’Università La Sapienza, su un sito di archeologia industriale a Roma, ha confermato questo potenziale: un deposito di materiali da demolizione conteneva circa 18 mila metri cubi di materiali, principalmente calcestruzzo armato, per un peso totale di circa 35 mila tonnellate e oltre 15 mila tonnellate di carbonio immagazzinato. La mappatura sistematica di questi scarti, condotta a scala nazionale e locale, rappresenta uno strumento strategico per pianificare l’uso efficiente delle risorse domestiche e costruire filiere di economia circolare robuste sfruttando le caratteristiche produttive dei territori.

Uno degli aspetti più critici—e onesti—dell’intervista con i ricercatori ENEA riguarda le sfide culturali e comunicative del dibattito pubblico sulla sostenibilità edilizia. Una difficoltà significativa è rappresentata dal target demografico della popolazione italiana over 70, proprietaria di molti immobili storici e spesso scettica verso soluzioni innovative. C’è inoltre un problema di fondo: la mancanza di dati affidabili a lungo termine sulla durabilità dei materiali sostenibili di fronte ai nuovi scenari climatici in rapido cambiamento.
Un altro elemento critico è il cambio climatico stesso: la riqualificazione degli edifici nel contesto mediterraneo deve affrontare un problema opposto rispetto al passato. Se storicamente il focus era applicato sulla protezione dal freddo invernale, oggi la priorità è la protezione dal calore estivo, una sfida che modifica significativamente i criteri di selezione dei materiali e le strategie di isolamento.

“A differenza del passato, oggi la priorità è la protezione dal caldo”
— Vincenza Anna Maria Luprano
Ma la sfida più profonda è comunicativa.
Il termine “sostenibilità” è stato oggetto di inflazione verbale e di usi strumentali. La sostenibilità è spesso presentata come una necessità etica o una moda passeggera, quando in realtà rimane una necessità strutturale: l’edilizia contribuisce almeno al 40% del peggioramento della situazione climatica globale.
ENEA e la comunità scientifica, più in generale, come parte terza neutrale, è costantemente impegnata nella produzione di dati reali utili alla ricerca scientifica al fine di dimostrare l’efficacia e la durabilità dei materiali innovativi.

“È cruciale che la comunicazione bilanciata dei tecnici venga trasmessa all’esterno per calmierare gli scontri di principio“
— Patrizia Aversa
“La sostenibilità deve essere comunicata come un miglioramento del comfort abitativo e un minor consumo, piuttosto che come un immediato risparmio sulle bollette.
La prospettiva è affascinante: anziché presentare la sostenibilità come un sacrificio o come un principio ideologico, gli scienziati suggeriscono di comunicarla come un miglioramento concreto della qualità della vita—riduzione degli sprechi energetici, comfort termico superiore, migliore qualità dell’aria interna, minore umidità—elementi che i cittadini possono percepire e apprezzare direttamente.
La ricerca ENEA e i progetti come ReHouse rappresentano un modello affatto raro nel panorama contemporaneo: quello di una sostenibilità costruita su scienza rigida, misurazione costante e onestà intellettuale rispetto ai compromessi e alle limitazioni reali.

“Non c’è una sostenibilità “pura” o ideale, ma una sostenibilità pragmatica, territoriale, stratificata, consapevole dei vincoli normativi, economici e culturali.“
— Ivano Iovinella
Leggendo le evoluzioni di questa ricerca emerge con chiarezza che l’innovazione nel settore edile non procede in modo lineare. Piuttosto, avanza attraverso sperimentazioni situate, feedback dal territorio, coinvolgimento delle comunità locali, e una valutazione rigorosa dei trade-off tra performance ambientale, costi economici e fattibilità tecnica.
Il messaggio dei ricercatori ENEA non è uno di trionfale innovazione green, ma uno più maturo e necessario: la sostenibilità edilizia è possibile, è necessaria, è già in atto, ma richiede rigore, tempo, dialogo costante con i territori, e soprattutto, comunicazione onesta sui risultati reali piuttosto che sulle promesse.
In un momento storico dove la credibilità della ricerca scientifica è sempre più pressata dalle narrative polarizzate, questo modo di fare ricerca rappresenta un’ancora di equilibrio, di metodo e di speranza fondata su dati, non su retorica.
La vera sfida, allora, non è tecnica—i materiali sostenibili esistono già, i metodi per verificarli pure—ma culturale e comunicativa: come raccontare una transizione energetica che è al contempo urgente e complicata, vitale e non semplice, necessaria e consapevole dei suoi stessi limiti?

Non saremo invasivi, ti proporremo solo il meglio.