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Entrare in galleria significa sospendere la vita ordinaria, lasciando la superficie e la luce del giorno per immergersi in un mondo fatto di cemento, roccia e ingegno umano. Qui, ogni rumore è amplificato, ogni azione scandita dal ritmo ripetitivo delle procedure e del lavoro di squadra.
“A certe profondità, il tempo ha un altro ritmo…”
Questa frase sintetizza il vissuto quotidiano di chi lavora sotto uno strato di terra, un mestiere che si muove in equilibrio tra fatica e senso di responsabilità, dove la dimensione tecnica sfuma continuamente in quella umana. Raccontare la vita in galleria significa restituire voce e dignità a chi, invisibile agli occhi della collettività, realizza grandi infrastrutture con metodo e silenziosa dedizione.

“Nel contesto dello scavo meccanizzato con TBM, la galleria prende forma metro dopo metro grazie all’integrazione tra tecnologia, controllo operativo e competenze tecniche. In un ambiente sotterraneo che richiede precisione e continuità decisionale, l’avanzamento è il risultato dell’equilibrio tra prestazioni della macchina, esperienza delle persone e costante presidio tecnico delle attività”.
L’Ingegnere Di Stefano opera e coordina le attività lungo la tratta Messina–Catania, che rappresenta uno dei cantieri più complessi e strategici della nuova rete ferroviaria siciliana. Lungo il tracciato si muovono tre TBM attive per la realizzazione delle gallerie Sciglio, Forza D’Agrò e Scaletta, rispettivamente con una lunghezza da scavare di 9270, 2503 e 2743 metri per canna.
Le due prime macchine hanno già superato 2 km di avanzamento ciascuna, la prima dovrà scavare solamente una galleria a doppia canna a singolo binario, mentre la seconda e terza, sono destinate a scavare due gallerie a doppia canna a singolo binario, ha raggiunto il traguardo del primo chilometro.
Si tratta di TBM di grande diametro, strumenti di ingegneria avanzata capaci di penetrare nel complesso sottosuolo siciliano, caratterizzato da alternanze di terreni sciolti, formazioni argillose e presenze minerali.
Uno scavo meccanizzato che, una volto avviato, vive di vita propria a centinaia di metri di profondità.
Il lavoro in galleria non si ferma mai.
“L’attività prosegue h24 su tre turni: solitamente due di scavo, uno dedicato alla manutenzione. L’unico giorno di sosta è la domenica, che usiamo per la manutenzione generale, il prolungamento dei servizi di galleria.”
Il team è composto da personale con competenze specifiche: “Capo elettricista e capo meccanico, ciascuno con una propria squadra al seguito che si addentrano lungo il tunnel per eseguire i loro interventi in spazi particolarmente ristretti”.



Una percezione che spesso è errata e che genera un senso di ansia è l’idea di profondità: “1,5 km di avanzamento non significa essere sotto 1,5 km di terra; avanziamo quasi in parallelo con la morfologia del terreno in superfice, anche con 30 metri circa di copertura sopra”.
All’ingresso di ogni galleria, il rituale si rinnova. Una nicchia, illuminata, ospita immancabilmente la statua di Santa Barbara. Per i minatori, quella figura non rappresenta soltanto una devozione religiosa, ma un vero e proprio simbolo archetipo, un legame indissolubile che trascende la semplice fede.
Nell’attimo che precede l’accesso al ventre della terra, gli sguardi convergono su di lei. In quel breve istante di silenzio carico di tensione, ogni singolo uomo si ritrova solo con la propria coscienza e la propria speranza. In quell’istante, le preghiere e le richieste più profonde e personali affiorano silenziose.
È un momento di universale umanità, capace di azzerare qualsiasi gerarchia o differenza. Dinanzi al rischio imminente, ogni minatore è uguale all’altro, unito dalla medesima vulnerabilità e dalla comune speranza di rivedere la luce del sole. Santa Barbara veglia su questo rito quotidiano, muta testimone di un mestiere antico e pericoloso, ricordando a tutti che, nel profondo, siamo tutti sullo stesso piano umano.

L’attività dentro il tunnel è cadenzata da un flusso di mezzi in entrata e in uscita che movimentano persone e materiali. Per la tracciabilità del personale tecnico si utilizzano sistemi digitali con rilevatori di accesso, ma alle volte nelle prime fasi di approntamento del cantiere si utilizzano ancora metodi più tradizionali. Ma lo vedremo a breve.
L’interazione tra i membri dell’equipaggio si basa su un’organizzazione precisa e sulla consapevolezza della giornata-tipo: “Dentro la galleria, le aree di lavoro sono ristrette, si accede da spazi angusti, piccole porticine. Non è una passeggiata…”.



”La galleria e il trascorrere tanto tempo insieme crea una vera e propria famiglia, in cui si sta tutti insieme; tecnici e operai condividono i pasti fuori dalla galleria, presso le mense installate ad hoc, mentre il trasporto delle persone avviene rapidamente con pulmini. La comunicazione all’interno è garantita da telefoni cablati, la sicurezza da postazioni SOS ogni chilometro e dalla presenza di una “arca” di salvataggio come prescritto dalla legge”.
La vita in galleria è fatta di concentrazione, resistenza mentale e piccoli riti che creano normalità in un ambiente estremo.
“Un giorno ho trovato un operaio calabrese all’imbocco della galleria che preparava il caffè con la moka. È stato un momento fantastico: un piccolo contatto umano che riequilibra tutte le gerarchie e ristabilisce i contatti i veri umani.” Dietro a quel caffè ci si riscopre e in veste diverse e insieme si tocca il lato umano con la gioia di raccontare la propria storia di vita.

Il cuore più affascinante e complesso del lavoro in TBM è lo scavo iperbarico, utilizzato per stabilizzare terreni instabili tramite pressione d’aria.
Le TBM in configurazione EPB (Earth Pressure Balance) creano al fronte una pressione al fronte, per evitare il collasso del terreno e garantire la sicurezza per il personale che dovrà acceder in camera di scavo. Si introduce aria al fronte per stabilizzare il terreno, che crea di fatti una differenza atmosferica rispetto all’ambiente esterno.” Per poter lavorare in queste condizioni, il personale è sottoposto a protocolli stringenti:
“È indispensabile la presenza di un medico specializzato in iperbarismo, che effettua visite preventive e controlli preventivi all’accesso in camera iperbarica. Per accedere alla camera di scavo in pressione, gli operatori attraversano un sistema di camere iperbariche dove la pressione aumenta o diminuisce gradualmente, un po’ come avviene per i sub professionisti.
Tutto cambia: il suono, la percezione del corpo, persino il tempo.
L‘intervento iperbarico sulla macchina non è costante ma programmato: “In media si interviene ogni 300 metri, ma la frequenza dipende dalle esigenze di manutenzione, spesso variabile in base alla durezza del materiale scavato dalla TBM.”
In ingresso e in uscita servono circa 40 minuti ciascuno. Il tempo massimo di permanenza è regolamentato dalle tabelle che ne dettano anche i tempi di compressione e decompressione, dopo le quali è obbligatorio osservare 24 ore di riposo.
Solitamente accedono tre persone alla volta, due svolgono attività e una terza rimane di assistenza. La procedura impegna mediamente quattro o cinque ore della giornata lavorativa.

Fisicamente, le condizioni sono molto sfidanti: “La pressione è pesante, le manovre diventano difficoltose. Gli operatori sul fronte possono reagire in modo diverso a queste speciali condizioni: in uscita dal fronte di scavo alcuni sentono freddo anziché caldo quando ritornano a condizioni di normalità.”
Per sicurezza sono vietati fiammiferi, cellulari, orologi elettronici e contenitori sotto pressione.
La sicurezza è assoluta priorità: un medico specializzato in iperbarismo controlla ogni ingresso. “Se qualcuno ha la pressione alta non entra. Anche una banale ferita da rasoio può diventare pericolosa sotto pressione.”
Tutte le fasi vengono effettuate in presenza del medico iperbarico e del personale addetto al primo soccorso e antincendio. L’eventuale uscita di un infortunato richiede una barella speciale (retrattile) che entra nella camera iperbarica, successivamente l’infortunato una volta che si trova al di fuori della camera iperbarica viene trasportato in coda alla TBM su una barella spinale, prima del trasporto con un mezzo verso l’esterno.
“E’ un lavoro che ti mette alla prova, ma anche che ti fa capire fin dove può arrivare il corpo umano.”
La manutenzione, specie sulle teste fresanti della TBM, è tra le operazioni più complesse. Il cutter head, infatti, è l’avamposto dell’intera TBM, nonchè il punto più in profondità dello scavo sin qui realizzato.

Quali sono le ragioni principali per cui si accede periodicamente fino alla testa fresante?
“Si entra in camera iperbarica anche e soprattutto per cambiare utensili o dischi, alcuni dei quali pesano fino a 365 kg, trasportati a loro volta dall’esterno con camere iperbariche parallele dedicate ai materiali e dotate di apposite slitte.”
Lavorare a 10 metri d’altezza in spazi ristretti richiede lo svolgimento delle attività in stretto coordinamento con gli addetti alla sicurezza e con l’utilizzo di dispositivi anticaduta individuali e collettivi. In condizioni difficili, il cambio completo di circa 60 utensili può durate anche diverse settimane.

All’imbocco della galleria può capitare di notare un contatore digitale che indica il numero di operatori attualmente all’interno della galleria. Il conteggio del personale, tuttavia, si può basare anche su un sistema semplice ma efficace: chi entra preleva il proprio tesserino/portachiavi in una postazione e, contando quelli mancanti, si sa sempre chi è all’interno dello scavo.
Procedendo all’interno della galleria, si percorrono diversi metri a piedi o a bordo dei pulmini dedicati, durante il quale alle volte ci si abbandona ai propri pensieri, si percepisce un silenzio che sa di consapevolezza dei rischi che si nascondono all’interno di uno scavo in sotterraneo.
Dopo qualche minuto, a seconda dell’avanzamento della TBM, si intravedono i carri di coda della TBM, il primo che si vede è adibito anche alle emergenze, trasporta il mezzo di evacuazione, che in caso di emergenza viene utilizzato per l’uscita dalla galleria.

“Ogni volta che entri nella testa della TBM, sai che stai lavorando nel cuore della macchina, nel punto dove la terra diventa tunnel. È la parte più delicata e anche quella che dà più soddisfazione.”
L’ambiente sotterraneo, se illuminato adeguatamente, non influenza negativamente il morale: “I parametri di luce sono rispettati e nessuno è costretto a lavorare se è claustrofobico o ha paure specifiche. La percezione del tempo però cambia: “Ci si trova a passare delle ore senza rendersene conto”.
Una vita che scava nel silenzio
La “vita in galleria” affiora dal racconto dell’Ing. Di Stefano come un’esperienza fatta di fatica, precisione, procedure e di una umanità schietta che emerge nei piccoli gesti quotidiani e dal rispetto anche della TBM stessa che viene custodita e curata dagli operai durante tutte le fasi di scavo.
La parola chiave alla base del nostro racconto resta il silenzio: quello che si apprezza in superficie mentre il cantiere, in fondo, è in attività. Ma anche quello di chi restituisce dignità, tecnica e senso a un mestiere spesso non percepito o adeguatamente valorizzato, che contribuisce alle grandi sfide infrastrutturali di un territorio.

La TBM non è solo un macchinario, è la ‘casa’ degli operai e dei tecnici che la vivono giorno e notte. Arrivando, si viene accolti come ospiti che entrano in casa.
Si percepisce un senso di appartenenza che unisce la fatica del lavoro all’umanità delle persone.
“Il tempo ha un altro ritmo”, e in questo ritmo diverso emergono sacrificio, collaborazione, competenze tecniche e soprattutto quella naturalezza con cui chi lavora sottoterra affronta ogni giorno l’ignoto...

Non saremo invasivi, ti proporremo solo il meglio.