Il monitoraggio delle infrastrutture sta progressivamente uscendo dalla logica delle verifiche episodiche per entrare in quella della sorveglianza continua, dove ispezioni, sensori, modelli digitali e analisi dei rischi concorrono a costruire una lettura più completa dello stato di salute delle opere.
Il segnale più chiaro di questo cambio di fase arriva anche dal quadro regolatorio: nel novembre 2025 ANSFISA ha aggiornato le Istruzioni operative per l’applicazione delle Linee guida sui ponti esistenti, con l’obiettivo di ridurre i margini di discrezionalità, standardizzare l’approccio dei gestori e agevolare le attività di controllo e certificazione.
Non si tratta di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. La manutenzione delle opere esistenti sta diventando sempre più una questione di qualità del dato, capacità di lettura del rischio e tempestività decisionale. In questo scenario, il monitoraggio non è più un semplice supporto all’ispezione: diventa un elemento centrale nella programmazione manutentiva e nella gestione della sicurezza.
Cosa cambia con le nuove indicazioni
L’aggiornamento ANSFISA del 2025 non introduce nuovi obblighi sostanziali, ma chiarisce come applicare quelli esistenti, rendendo più omogenea l’azione dei gestori.
Tra le novità richiamate dall’Agenzia ci sono nuove schede di censimento, di difettosità e di ispezione, indicazioni più dettagliate sulla frequenza delle ispezioni ordinarie e un affinamento dei criteri per la valutazione della vulnerabilità strutturale, fondazionale, sismica, idraulica e da frana.
Questo approccio è importante perché conferma una tendenza precisa: il rischio non può più essere letto in modo isolato o unicamente reattivo. Serve invece una visione multilivello, capace di integrare stato dell’opera, contesto territoriale, difetti osservati, esposizione ai fenomeni naturali e strumenti di monitoraggio strumentale.
Il monitoraggio non è più un tema marginale
La centralità del tema emerge anche sul piano tecnico-scientifico.
Il III Convegno FABRE 2026, in programma a Roma dal 16 al 19 febbraio 2026, è stato presentato come un luogo di confronto nazionale e internazionale su ponti, viadotti e gallerie esistenti, mettendo insieme competenze scientifiche, tecniche, gestionali e istituzionali.
Il fatto stesso che il monitoraggio rientri stabilmente in questo tipo di contesti indica che non è più percepito come materia ancillare, ma come uno dei nodi centrali della gestione infrastrutturale contemporanea.
Questo allargamento è coerente con l’evoluzione della filiera. Oggi il monitoraggio dialoga con la diagnostica, con l’ingegneria del rischio, con la modellazione digitale e con la gestione del ciclo di vita delle opere. È qui che si gioca una parte crescente della qualità manutentiva nei prossimi anni.
Dallo SHM ai casi studio reali
Sul piano applicativo, uno dei segnali più interessanti arriva dal Structural Health Monitoring, cioè dai sistemi permanenti di controllo installati sulle opere.
Un paper pubblicato nel 2024 ha presentato i primi risultati del sistema SHM installato sul ponte Filomena Delli Castelli, in Italia centrale, mostrando l’utilità dei dati continui per leggere comportamento dinamico, risposta strutturale e possibili anomalie del ponte.
Il valore di questi sistemi non sta solo nell’accumulo di dati, ma nella possibilità di trasformare la misura continua in supporto concreto per la valutazione e la manutenzione.
Questo passaggio è rilevante perché segna uno scarto rispetto al monitoraggio inteso come sola sperimentazione. I sistemi SHM stanno entrando sempre più nel lessico operativo della gestione reale delle infrastrutture, soprattutto dove la complessità dell’opera, il contesto ambientale o i carichi richiedono osservazioni più frequenti e intelligenti.
Il ruolo dei digital twin
A cambiare non è però soltanto il monitoraggio della struttura finita. Anche il cantiere e la gestione operativa dell’opera in costruzione stanno evolvendo grazie a modelli 4D, piattaforme collaborative e digital twin.
Nel case study pubblicato da Bentley nel 2025 sullo “strategic digital site” sviluppato con Italferr, il monitoraggio digitale in tempo reale è associato a una riduzione del tempo di costruzione del 22 per cento, a un taglio del 18 per cento dei costi imprevisti e a un risparmio di 97 giorni rispetto a scenari convenzionali.
Nella presentazione 2026 sul “Digital Construction Site 4.0”, sempre riferita a un progetto Italferr, vengono inoltre richiamati una riduzione degli errori progettuali del 30 per cento, un risparmio stimato di 12 milioni di euro, il 75 per cento in meno del tempo dedicato al coordinamento e il 70 per cento in meno di errori di reporting. Sono dati di progetto e vanno letti come risultati riferiti a specifici casi applicativi, ma rendono bene il senso della trasformazione in corso: il digital twin non serve solo a visualizzare meglio l’opera, serve a gestire meglio decisioni, tempi e coordinamento.
Meno interventi fisici, più capacità di lettura
Anche il caso del tunnel Serravalle offre indicazioni interessanti.
Nel 2025 Bentley ha descritto l’uso di un digital twin potenziato da AI per la gestione ispettiva del tunnel, riportando una riduzione del 15,9 per cento del tempo necessario alle attività di ispezione, 264 ore di lavoro risparmiate e il 60 per cento in meno di interventi fisici in campo.
Il dato forse più significativo, però, non è solo quantitativo: è l’idea che una parte crescente dell’attività ispettiva possa spostarsi da operazioni ripetute in situ a sistemi digitali più continui, tracciabili e integrati.
Questo aspetto incide anche sulla sicurezza del personale e sull’efficienza delle operazioni. Quando una quota maggiore di analisi viene spostata dal campo al dato, il monitoraggio non migliora soltanto in termini di precisione: migliora anche nella capacità di ridurre esposizione al rischio, interruzioni operative e tempi di risposta.
Sensori, droni e modelli 3D: il valore dell’integrazione
In questo quadro, droni, rilievi fotogrammetrici, modelli 3D e reti di sensori restano strumenti decisivi, ma il loro vero valore emerge solo quando vengono integrati.
ENEA ha mostrato nel 2024 come modelli tridimensionali di ponti e viadotti, rilievi con droni, sensori e piattaforme di analisi del rischio possano essere combinati per costruire indicatori di attenzione e supportare la definizione delle priorità manutentive.
Il punto, però, non è attribuire centralità a una singola tecnologia o a un singolo attore. Il vero salto di qualità avviene quando regolazione, ricerca accademica, casi industriali e strumenti applicativi convergono dentro una filiera coerente. È questa integrazione a trasformare il monitoraggio da attività separata a leva strutturale di governo delle infrastrutture.
Una questione di metodo, non di moda
C’è infatti un rischio da evitare: raccontare il monitoraggio come una moda tecnologica. In realtà il punto non è aggiungere sensori o costruire un modello digitale solo perché oggi è possibile farlo. Il punto è capire se questi strumenti aiutano davvero a classificare meglio il rischio, pianificare meglio la manutenzione, ridurre incertezza decisionale e migliorare la sicurezza.
Sotto questo profilo, il cambio di passo è già visibile. Le infrastrutture esistenti chiedono oggi una combinazione di censimento, ispezione, monitoraggio strumentale, modellazione e capacità di leggere i dati nel tempo. È su questa architettura metodologica, più ancora che sulla singola tecnologia, che si giocherà la qualità della manutenzione nei prossimi anni.
Un tema centrale a DISMAT 2026
Dentro questo scenario si inserisce, con misura e coerenza, anche il programma dell’evento DISMAT 2026, dal titolo: “Patrimonio edilizio, infrastrutturale e ambientale“.
In programma l’11-12-13 Giugno 2026 a Canicattì (AG), le tre giornate del workshop propongono infatti temi come monitoraggio strutturale delle opere civili, sorveglianza delle infrastrutture stradali, sistemi di misura basati su visione, digital twin, manutenzione predittiva, rischio idraulico e rischio frane nei ponti esistenti.
DISMAT 2026 si colloca come uno dei luoghi in cui questi linguaggi e questi approcci possono essere messi a confronto in modo concreto, dentro una cornice tecnico-scientifica costituita da oltre 50 relatori di matrice aziendale, accademica e laboratoriale.

