Ponti, viadotti, scuole, ospedali, capannoni industriali: gran parte del patrimonio edilizio e infrastrutturale italiano in calcestruzzo armato è stato realizzato nella seconda metà del Novecento e oggi ha raggiunto o superato la soglia di vita utile per cui era stata concepita. Il risultato è un’agenda di manutenzione che riguarda decine di migliaia di opere e che assorbe una quota crescente della spesa pubblica e privata in costruzioni.
Su questo fronte, però, si continua spesso a intervenire due volte.
«Se le statistiche dicono che mediamente dopo circa quindici anni dalla realizzazione dell’intervento di ripristino sono costretto a intervenire nuovamente, vuol dire che c’è un vulnus di fondo: vuol dire che quell’intervento è stato progettato male».
A intervenire sull’argomento è il Prof. Luigi Coppola, docente di Materiali per l’Edilizia e Materiali per il Restauro all’Università di Bergamo, tra i relatori di DISMAT 2026.
Il workshop, giunto alla quinta edizione e ospitato a Canicattì dall’11 al 13 giugno a Palazzo Adamo-Bartoccelli, riunisce ogni anno università, laboratori, professionisti, imprese ed enti attorno al monitoraggio e al recupero del patrimonio edilizio, infrastrutturale e ambientale. Mobilita.org ne è stata media partner ufficiale.

Il Prof. Luigi Coppola è intervenuto nella giornata dedicata a diagnostica, restauro e tecnologie di intervento, con una relazione sui casi studio di ripristino delle strutture in calcestruzzo armato. Da lì siamo partiti per un confronto più ampio, che tocca il metodo diagnostico, il quadro normativo della UNI EN 1504, il rapporto tra durabilità e sostenibilità e ciò che la chimica per l’edilizia mette oggi a disposizione di chi progetta.

Prof. Luigi Coppola – Unibg
Tra università, pubblicazioni e brevetti
Ingegnere civile, è Professore Ordinario di Materiali per l’Edilizia e di Materiali per il Restauro all’Università di Bergamo, presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate (DISA), con sede a Dalmine.
È presidente dell’American Concrete Institute – Italy Chapter. Ha firmato oltre trecento pubblicazioni scientifiche, ventuno volumi e alcuni brevetti nel campo dei materiali da costruzione, con una ricerca concentrata sugli additivi per calcestruzzo, sui leganti alternativi a basso tenore di carbonio, sul recupero dei materiali di scarto nella produzione di malte e calcestruzzi, sul degrado e sulla durabilità delle strutture in calcestruzzo armato e sulla corrosione delle armature.
Nel 2000 ha ricevuto un riconoscimento dell’American Concrete Institute e del CANMET canadese per il contributo allo studio della durabilità del calcestruzzo.
La diagnosi prima della terapia
Il punto di partenza del Prof. Coppola riguarda ciò che un intervento di ripristino dovrebbe realmente fare. Non cancellare una macchia, una fessura o un distacco di copriferro, ma risalire a ciò che li ha prodotti.
«L’aspetto più importante riguarda stabilire le cause che hanno prodotto il danno: l’obiettivo dell’intervento di ripristino non è tanto quello di eliminare la manifestazione esteriore del danno, ma eliminare le cause che lo hanno prodotto».
Ne discende una sequenza operativa precisa, che non ammette scorciatoie. Si comincia dal sopralluogo, dove il tecnico raccoglie i dati sul campo e formula quello che il Prof. Coppola chiama un sospetto diagnostico. Da lì si costruisce un piano di indagine mirato, pensato per confermare o smentire quell’ipotesi iniziale.
«Si parte da un sospetto diagnostico durante la fase del sopralluogo, per poi arrivare a una conferma supportata da un piano di indagine finalizzato. Solo dopo aver determinato le cause si può progettare l’intervento di ripristino».
Il piano non è un pacchetto standard da applicare a ogni edificio. Cambia in funzione di ciò che si sospetta: se il quadro fessurativo rimanda a un problema statico o strutturale, la strada è quella del monitoraggio; se invece il sospetto riguarda il degrado dei materiali, servono prove fisico-chimiche mirate sul calcestruzzo e sulle armature. Sulla centralità del piano delle indagini come fondamento del processo si è soffermata a DISMAT 2026 anche un’altra relazione della stessa giornata.
Per rendere evidente la differenza tra un approccio del genere e la prassi corrente, il Prof. Coppola ricorre a un paragone che ha usato anche in aula a Canicattì.

«Faccio un parallelo tra l’attività del medico e quella dell’ingegnere progettista dell’intervento di ripristino: il medico non adotta sempre la stessa terapia. L’intervento di manutenzione straordinaria può variare da una semplice ricostruzione della sezione o da una protezione preventiva, fino a interventi più pesanti in “sala operatoria“, che possono determinare variazioni di sezione degli elementi in calcestruzzo armato esistenti».
— Prof. Luigi Coppola
La gamma delle terapie, insomma, è ampia: si va dal trattamento leggero, quasi farmacologico, alla chirurgia strutturale. Sceglierla senza diagnosi significa affidarsi al caso.

Perché i ripristini falliscono
Se il metodo è chiaro, resta da capire perché tanti interventi non reggano nel tempo. Il Prof. Coppola individua due fattori che pesano in modo diverso ma convergente.
Il primo riguarda i materiali, la cui scelta deve discendere dall’obiettivo dell’intervento. Il secondo, spesso sottovalutato, riguarda il cantiere.
«Il successo dipende non solo dalla scelta dei materiali adatti, ma dipende fortemente dalle modalità di applicazione di questi sistemi. Molto spesso l’ingegnere finisce per banalizzare la propria professione: invece di definire lui stesso la terapia, si rivolge all’azienda produttrice di materiali speciali chiedendo quale prodotto consigli».
È un passaggio che vale la pena leggere due volte, perché descrive una delega di responsabilità tutt’altro che rara: il progettista che, non avendo formulato una diagnosi, chiede al fornitore di indicargli la cura.
Dall’obiettivo prestazionale al libretto di manutenzione
Il riferimento per uscire da questa logica esiste, ed è normativo. La UNI EN 1504, e in particolare la sua parte 9, definisce i principi generali e gli obiettivi prestazionali che un intervento di ripristino deve conseguire.
«Ricalcando la norma UNI EN 1504 parte 9, vengono definiti gli obiettivi che voglio conseguire nell’intervento di ripristino. Fissato l’obiettivo, vado a scegliere i materiali, organizzo la cantieristica e farò anche un libretto di manutenzione per andare a vedere se quello che ho previsto è di successo o se ha fallito, acquisendo esperienza per gli interventi successivi».
L’ultimo elemento è quello che più spesso manca. Il libretto di manutenzione non serve solo a programmare i controlli: serve a chiudere il cerchio conoscitivo, verificando nel tempo se la terapia ha funzionato e restituendo al progettista un patrimonio di esperienza utilizzabile nei cantieri successivi. S
enza quel ritorno, ogni intervento riparte da zero e l’errore si ripete. Non a caso il monitoraggio post-intervento e le metodologie di controllo non distruttivo per valutare invecchiamento e danni degli edifici in calcestruzzo armato hanno occupato una parte consistente del programma di DISMAT 2026.

Durabilità e sostenibilità: una coppia inscindibile
Dal ripristino dell’esistente il discorso si sposta con naturalezza alla qualità di ciò che si costruisce oggi, perché le due cose hanno la stessa radice. Qui il Prof. Coppola respinge una contrapposizione che circola spesso nel dibattito, quella tra la durata di un’opera e il suo impatto ambientale.

«Durabilità e sostenibilità valgono entrambe: se parliamo di un materiale da costruzione, sostenibilità significa che a parità di classe di resistenza a compressione, a parità di classe di esposizione ambientale e quindi a parità di durabilità, questi obiettivi vengono conseguiti riducendo l’impronta carbonica».
— Prof. Luigi Coppola
La definizione funziona anche letta al contrario: a parità di impatto ambientale, un calcestruzzo è più sostenibile se garantisce prestazioni e durabilità maggiori. Le due grandezze non si escludono, si misurano l’una in rapporto all’altra.
Da qui la sua insistenza su un triangolo che non ammette di essere scomposto.
«Prestazione, durabilità e impatto ambientale non possono essere presi singolarmente. Non ha molto senso fare un calcestruzzo super sostenibile dal punto di vista dell’impatto e poi non garantire le prestazioni desiderate».
Un materiale a bassissima impronta carbonica che non arriva alla vita utile di progetto, del resto, produce un secondo intervento: e con esso nuove emissioni.
La UNI 11104 e il calcolo della CO₂
Il modo in cui questo principio diventa prescrizione di capitolato è la novità normativa più rilevante degli ultimi mesi. La UNI 11104, nella versione pubblicata nel luglio 2025 che sostituisce quella del 2016, introduce un metodo semplificato per valutare la sostenibilità di una miscela.
«La nuova norma UNI 11104 di recente introduzione, versione luglio 2025, dice che, ferme restando la classe di resistenza e la classe di esposizione, la sostenibilità si valuta in maniera semplificata andando a vedere quanta anidride carbonica viene incorporata in un metro cubo di calcestruzzo nelle tre fasi: produzione delle materie prime, trasporto e mescolamento».
Il perimetro del calcolo è quello che in letteratura si definisce cradle to gate: dalla culla al cancello dell’impianto di betonaggio. Entrano nel conteggio la produzione di cemento, aggregati e additivi, il loro trasporto fino alla centrale e il mescolamento. Si ferma lì: il getto in opera e la vita dell’opera restano fuori.
La norma fornisce poi, per ciascuna classe prestazionale, il valore di impronta carbonica di un calcestruzzo di riferimento, prodotto secondo gli standard precedenti. Rispetto a quel valore il progettista è chiamato a indicare in capitolato una percentuale di riduzione. E qui il Prof. Coppola invita a tenere i piedi per terra.
«Nella norma viene riportata l’impronta carbonica di un calcestruzzo di riferimento prodotto secondo vecchi standard. Rispetto a questo, il progettista deve indicare una percentuale di riduzione: oggi con le tecnologie a disposizione possiamo ambire mediamente a riduzioni dell’impronta del 20-25%, fino al 30-40% in contesti locali con disponibilità di cementi pozzolanici e d’altoforno».
La distinzione territoriale non è un dettaglio. Dove sono disponibili cementi a ridotto tenore di clinker rispetto ai tipo II, l’asticella può alzarsi in modo sensibile. Altrove no. Prescrivere una riduzione del 90% dall’oggi al domani, avverte, significa scrivere un numero che nessun impianto potrà rispettare.
La sostenibilità del calcestruzzo in numeri
Perimetro di calcolo: dalla produzione delle materie prime al mescolamento in impianto (cradle to gate)
Parametro di confronto: CO₂ incorporata per metro cubo
Riferimento: calcestruzzo prodotto secondo gli standard precedenti, a parità di classe di resistenza ed esposizione
Riduzione ottenibile oggi: 20-25% in media
Riduzione in contesti favorevoli: 30-40% con cementi pozzolanici o d’altoforno
Cosa sa fare oggi la chimica per l’edilizia
Le percentuali appena citate non si ottengono per via amministrativa. Poggiano su un’evoluzione tecnologica che, secondo il Prof. Coppola, è concreta e viaggia soprattutto lungo il segmento della chimica per l’edilizia: un ambito a cui DISMAT 2026 ha dedicato l’intera giornata conclusiva, tra materiali, sensoristica e tecnologie di intervento.
Il primo effetto riguarda la logistica di cantiere. Superfluidificanti ed estensori di lavorabilità consentono oggi di trasportare il calcestruzzo per sette o otto ore anche con temperature intorno ai 32 °C, senza che la miscela perda le sue caratteristiche.
«C’è davvero un’innovazione sui materiali, e stiamo parlando in particolare del segmento della chimica per l’edilizia. Oggi ci sono i sistemi per trasportare il calcestruzzo anche per sette-otto ore a 32 °C mantenendo la lavorabilità, evitando il rischio delle riaggiunte d’acqua».
Aggiungere acqua in cantiere è una delle cause più ricorrenti di degrado precoce: aumenta il rapporto acqua/cemento, la porosità della matrice e, di conseguenza, la vulnerabilità delle armature. Un additivo che elimina la necessità di quel gesto agisce a monte del problema.
Sul fronte delle prestazioni, la generazione più recente di additivi lavora invece sul cuore del processo di idratazione.

«Molti continuano a pensare che il calcestruzzo sia acqua, cemento, sabbia e ghiaia. Non è più così: ci sono additivi policarbossilati, estensori della lavorabilità e additivi di ultima generazione che si chiamano nucleatori di C-S-H, veri e propri semi o nanoparticelle di C-S-H».
Cosa sono i nucleatori di C-S-H
Il silicato di calcio idrato (C-S-H) è il principale prodotto dell’idratazione del clinker di cemento ed è ciò che conferisce resistenza alla pasta cementizia.
I nucleatori sono nanoparticelle dello stesso composto, introdotte nella miscela come semi: offrono siti di nucleazione già pronti e incrementano la formazione dei prodotti di idratazione, rendendo la struttura più compatta.
Il risultato è una matrice meno porosa, e da qui si apre una doppia strada. A parità di rapporto acqua/cemento si ottengono resistenze meccaniche più elevate; oppure, guardando alla sostenibilità, si mantiene la resistenza di progetto riducendo il quantitativo di cemento.
«Mettendo questi semini, essi fungono da siti di nucleazione dei prodotti di idratazione. Otteniamo una struttura più compatta e una riduzione della porosità: a parità di resistenza abbiamo bisogno di meno cemento, riducendo l’impronta carbonica».
È esattamente il meccanismo che permette di trasformare le percentuali di riduzione dell’impronta carbonica della UNI 11104 da obiettivo dichiarato a risultato di impianto.
Il ritardo non è nei materiali
Resta allora da capire perché, a fronte di tutto questo, la pratica progettuale corrente si muova con tanta lentezza. Il Prof. Coppola fa risalire il nodo a una distanza culturale accumulata nel corso di oltre trent’anni.
«A partire dal 1992, quando sono stati introdotti i temi della durabilità, non abbiamo fatto un grande salto di qualità: non siamo stati capaci di trasmettere al progettista la necessità di costruire durevole. C’è un gap tra la conoscenza del progettista e l’innovazione tecnologica che c’è stata in questi anni».
Quel divario si manifesta nel modo più semplice: nell’idea, ancora diffusa, che il calcestruzzo sia una miscela di quattro ingredienti. Chi la coltiva difficilmente prescriverà un additivo di cui non conosce l’esistenza.
L’obiezione che si sente più spesso, però, riguarda i costi. E secondo il Prof. Coppola non regge alla prova dei numeri.
«La mancata conversione all’innovazione non è assolutamente un problema di costi: il dosaggio medio di additivo è di 3,5 chilogrammi a metro cubo, cioè circa 3,50 euro su un metro cubo di calcestruzzo che costa 120 euro. L’impatto è modesto: è la prescrizione a monte che manca».
Il punto di caduta, dunque, torna dove il discorso era cominciato. Nel ripristino come nella nuova costruzione, la variabile decisiva non è il prodotto disponibile sul mercato, ma la capacità di stabilire prima che cosa si vuole ottenere: dalla diagnosi delle cause del degrado fino alla riga di capitolato che fissa una riduzione di CO₂ compatibile con il contesto in cui si costruisce.
