Quando si parla di infrastrutture e di grandi opere, il pensiero corre quasi automaticamente al cemento armato e all’acciaio: sono i materiali che associamo a ponti, gallerie, ospedali, scuole. Il legno resta, nell’immaginario comune, un’opzione secondaria, più vicina all’arredo che a un cantiere strutturale. Eppure dal 2008 è un materiale da costruzione riconosciuto dalla normativa italiana con lo stesso peso tecnico e giuridico di calcestruzzo e acciaio, impiegato tanto nell’edilizia residenziale quanto, sempre più spesso, nelle opere pubbliche e nelle infrastrutture.
Per capire perché questa distanza tra normativa matura e percezione ancora acerba non si sia colmata, abbiamo incontrato chi il legno lo progetta e lo mette in cantiere ogni giorno: Gabriella Lo Castro, alla guida della divisione industriale della Lo Castro, azienda specializzata nella prefabbricazione in legno per l’edilizia e, in parte, per le infrastrutture, e Dario Calcaterra, ingegnere strutturista e responsabile dell’ufficio tecnico della stessa realtà. Attraverso la loro esperienza diretta, abbiamo voluto raccogliere un punto di vista imprenditoriale sullo stato del legno nelle costruzioni italiane.

Una normativa nata da un terremoto
Le costruzioni a telaio in legno erano già disciplinate in Italia agli inizi del Novecento, in un Regio Decreto del 1900, ma con l’affermazione industriale di acciaio e calcestruzzo il materiale è uscito progressivamente dai testi tecnici, restandone fuori per quasi un secolo.
I primi tentativi di reinserimento, alla fine degli anni Novanta, non sono andati a buon fine. Il passaggio decisivo, raccontano Lo Castro e Calcaterra, arriva solo nel 2009: ad accelerarlo sono state le necessità ricostruttive dopo il terremoto dell’Aquila, che hanno reso urgente un quadro normativo capace di validare tecnicamente soluzioni costruttive rapide e sicure sul piano sismico.
Da quel momento il legno ha smesso di essere un’eccezione normativa, pur restando, nella pratica dei cantieri italiani, un’opzione minoritaria: secondo i due tecnici, le resistenze culturali, insieme al peso di filiere consolidate come quella del cemento, continuano a rallentarne la diffusione.

Il mercato conferma solo in parte questa lettura.
Secondo l’ottavo Rapporto Edilizia in Legno del Centro Studi FederlegnoArredo, l’Italia è oggi il terzo produttore europeo di soluzioni abitative in legno dopo Germania e Svezia, con un comparto che ha superato i 2,3 miliardi di euro di fatturato, in crescita di quasi il 16% sull’anno precedente, e una casa su tredici costruita ormai in bioedilizia in legno.
Un dato che riguarda soprattutto il residenziale: per le infrastrutture e l’edilizia pubblica, come raccontano Lo Castro e Calcaterra, il legno resta un capitolo più recente e meno misurato dalle statistiche.
Un materiale che chiude il cerchio
Se la norma ha aperto la strada, secondo Gabriella Lo Castro è la sostenibilità a spiegare perché oggi il legno interessi committenti e progettisti oltre la nicchia degli addetti ai lavori. Il materiale, osserva l’imprenditrice, è duttile e leggero, risponde alla necessità di soluzioni a basso impatto e garantisce velocità e certezza dei costi: non a caso, sostiene, la stessa idea di casa ecologica nasce storicamente come casa in legno.
L’Ing. Calcaterra tiene però a sfatare un equivoco, tra i più comuni, nel dibattito generale: l’immagine del legno collegata al disboscamento incontrollato, che riguarda i legni duri, un mercato estraneo a quello dell’edilizia. Il legname strutturale – tipicamente abete lamellare – proviene da foreste di conifere gestite secondo cicli di taglio e riforestazione programmata, certificate dagli standard PEFC o FSC.
Il ciclo, aggiunge l’ingegnere, si chiude anche a fine vita dell’edificio: una struttura in legno può essere demolita e il materiale recuperato o riciclato quasi integralmente. Per tutta la durata di utilizzo, inoltre, l’edificio ingloba la CO2 anziché emetterla, generando crediti di rimozione di carbonio previsti dalle normative europee – un tema di cui, secondo Calcaterra e Lo Castro, si parla ancora troppo poco, complice il peso commerciale dei settori cemento e acciaio.
Il cantiere ribaltato
Dalla sostenibilità della materia prima a quella del processo costruttivo il passo, per chi lavora ogni giorno con il legno, è breve.
Nella prefabbricazione, spiega l’Ing. Calcaterra, il rapporto tradizionale tra progettazione ed esecuzione si inverte:

Ing. Dario Calcaterra – Lo Castro
Più progettazione, meno cantiere
“Nel sistema di costruzione tradizionale si dedica il 20% del tempo alla progettazione e l’80% alle attività di cantiere. Con la prefabbricazione offsite, invece, il paradigma si inverte completamente: il 70% del lavoro viene svolto nella fase di progettazione e produzione in stabilimento, lasciando solo il 30% al montaggio in cantiere”.
Questo spostamento a monte, racconta l’ingegnere, è reso possibile dalle macchine a controllo numerico e da una progettazione tridimensionale che integra struttura, architettura e impianti fin dalle prime fasi, con tolleranze millimetriche: si arriva a ordinare gli infissi prima ancora che l’involucro dell’edificio sia realizzato.
Il cantiere, in questo schema, non è più il luogo dove si taglia e si lavora la materia prima, ma un punto di assemblaggio. Ne derivano, secondo Lo Castro e Calcaterra, costi non modificabili in corso d’opera, tempi più contenuti e maggiore sicurezza per gli operai, poiché ridurre la loro permanenza in cantiere abbassa il rischio di infortuni.
È un principio che vale anche su scala infrastrutturale: i due tecnici citano, tra gli esempi seguiti direttamente, una pergola fotovoltaica da 1.500 metri quadrati montata in due settimane, contro i tre mesi previsti da una lavorazione interamente in cantiere. Un modello, sottolineano, che elimina anche buona parte delle varianti in corso d’opera, le stesse che nelle grandi opere pubbliche tradizionali generano spesso ritardi e costi aggiuntivi a carico della collettività.
Il vero ostacolo non è tecnico
Se il processo costruttivo funziona, perché il legno resta marginale nei numeri complessivi dell’edilizia e delle infrastrutture italiane? Per Lo Castro e Calcaterra la risposta va cercata non nel cantiere, ma a monte, tra i banchi universitari e negli studi professionali.
I software di ingegneria e architettura, sostiene Calcaterra, restano tarati quasi esclusivamente su cemento armato e acciaio. Lo stesso ingegnere, strutturista abilitato di 43 anni, racconta di non aver mai sostenuto un esame sul legno durante gli studi, e di essersi formato in autonomia con corsi specialistici nel Nord Italia.
Questo vuoto formativo si traduce, secondo i due interlocutori, in una diffidenza diffusa tra i tecnici:
Molti progettisti scoraggiano i committenti interessati al legno perché non hanno confidenza con metodologie di calcolo diverse da quelle tradizionali, e talvolta preferiscono il cemento armato perché consente di lavorare su schemi già noti, esternalizzando parte della responsabilità tecnica alle imprese esecutrici” – Dario Calcaterra

A questo si somma, secondo Gabriella Lo Castro, un tema di filiera: per anni il mercato del legno strutturale è stato concentrato attorno a pochi grandi player industriali, lasciando ai margini le imprese edili tradizionali, che rappresentano la grande maggioranza del tessuto produttivo del settore. Il risultato, secondo le stime dei due tecnici, è che la quota di progettisti che annovera una formazione specifica e una esperienza consolidata nella progettazione in legno resta ancora limitata.
“Per l’edilizia del futuro non deve più essere ammissibile concepire un cantiere che duri tre o quattro anni: è un concetto che deve sparire. Anche per i cantieri più complessi la prefabbricazione riduce i tempi previsti e varianti” — Gabriella Lo Castro
Il prezzo che si vede, il costo che si paga
La distanza tra percezione e realtà si ripropone in modo speculare quando si parla di costi.
Il committente, osserva l’Ing. Calcaterra, tende a confrontare il preventivo di una struttura in legno con quello, apparentemente più basso, dell’edilizia tradizionale: un paragone che, a suo avviso, non tiene conto di come nella muratura convenzionale il costo reale dell’opera emerga spesso solo a consuntivo, tra imprevisti e varianti, mentre la prefabbricazione offre un costo finale certo fin dalle prime fasi.
“Quando presentiamo un preventivo, i clienti lo confrontano spesso con i prezzi apparenti della muratura tradizionale. Ma è un paragone profondamente errato in termini di qualità e prestazioni energetiche: è come voler confrontare una utilitaria con un’auto di grossa cilindrata.” afferma l’Ing. Calcaterra.
Il risparmio reale, spiegano entrambi, si misura su tre piani: tempi di esecuzione più rapidi, che permettono di mettere a reddito l’immobile prima; efficienza energetica, con involucri che raggiungono facilmente le classi A2 o A4; certezza di budget, evitando che il committente esaurisca la liquidità prima del completamento dell’opera per errori di computo iniziale.
Ibrido, non alternativo
Proprio la varietà di esigenze – tecniche, estetiche, economiche – porta i due professionisti a rifiutare una lettura ideologica del confronto tra materiali. Legno, acciaio e calcestruzzo restano, nella loro visione, materiali con pari dignità strutturale, da scegliere in base alla specifica esigenza del progetto.

Gabriella Lo Castro – Lo Castro
L’importante connubio tra più materiali
“La vera strada per il futuro dell’edilizia è la costruzione ibrida.
Legno, acciaio e calcestruzzo sono tutti ottimi materiali. Non esiste una soluzione migliore in assoluto, ma esiste la scelta progettuale corretta che seleziona il materiale giusto per la specifica esigenza strutturale ed estetica dell’opera”.
Nella pratica questo si traduce nell’uso dell’acciaio per elementi snelli e di design, come pilastri a Y o travi sottili per grandi vetrate; nel calcestruzzo armato per fondazioni, opere interrate o grandi piloni da ponte, dove resta insostituibile; nel legno lamellare per le coperture a grande luce, dai 20 ai 30 metri, sempre più diffuse negli impianti sportivi, e per le sopraelevazioni nei centri storici, dove la leggerezza consente di intervenire senza gravare sulle strutture esistenti.
Come si comporta il legno sotto sforzo
La leggerezza, richiamata a proposito delle sopraelevazioni, spiega anche il comportamento del legno sotto sforzo. In zona sismica, indica Calcaterra, riduce l’entità delle forze d’inerzia generate dal terremoto rispetto a una struttura massiva in muratura, al punto che l’azione orizzontale del vento risulta spesso più dimensionante di quella sismica.
Sul fronte dell’incendio, aggiunge, il legno smentisce un pregiudizio diffuso: la carbonizzazione superficiale che si forma durante la combustione protegge il nucleo interno, che brucia in modo lento e prevedibile; l’acciaio, al contrario, perde rapidamente portanza sotto l’effetto del calore.
Il punto debole del materiale, precisa l’ingegnere, è l’acqua. Calcaterra lo definisce un “materiale sincero“, perché mostra immediatamente gli errori di progettazione, senza nasconderli nel tempo come può fare il cemento armato.

“Il legno è un materiale sincero: a differenza del cemento armato, non nasconde i difetti di costruzione nel tempo ma li mostra subito. Se non c’è una corretta progettazione dei dettagli costruttivi – in particolare nei punti critici come l’attacco a terra – i problemi emergono nel giro di pochissimi anni e possono compromettere seriamente la struttura.” — Dario Calcaterra
Il punto più critico, spiega, è proprio l’attacco a terra, il contatto tra la struttura e le fondazioni: un dettaglio costruttivo sbagliato può ammalorare la parte portante in appena cinque-sette anni. Da qui l’importanza, sottolinea l’ingegnere, di rialzi costruttivi adeguati e di una progettazione meticolosa dell’impermeabilizzazione.
Due Sicilie, due culture del legno
Anche a livello locale, raccontano i due interlocutori, la diffusione del legno racconta più una geografia culturale che un dato tecnico.
Nella Sicilia occidentale, tra Trapani, Marsala e Alcamo, esiste una tradizione radicata nell’uso del legno, ma limitata a pergolati, tettoie e schermature solari. Nella Sicilia sud-orientale, tra Ragusa, Modica e Siracusa, la cultura della casa in legno è più diffusa, spinta da committenti stranieri che acquistano terreni portando con sé uno standard costruttivo già familiare nei paesi d’origine, in particolare nel Nord Europa e nel Regno Unito.
Per anni, spiega Lo Castro, questi committenti si sono rivolti quasi automaticamente ad aziende del Nord Italia, dando per scontata l’assenza di competenze adeguate a livello locale: una percezione che il consolidarsi di realtà professionali siciliane specializzate sta lentamente correggendo.
Un settore che comunica ancora troppo poco
Proprio questa percezione, più che un reale divario di competenze, rimanda secondo Lo Castro a un problema più ampio: quello della comunicazione del settore.
Molte aziende meridionali con una solida competenza tecnica, osserva, non raccontano il proprio lavoro sul mercato, lasciando che l’informazione sul legno strutturale sia veicolata quasi soltanto dai grandi marchi. Lo Castro segnala inoltre come la formazione dovrebbe contribuire a diffondere la cultura del legno evitando che l’informazione tecnica possa essere percepita come informazione commerciale.

Cosa aspettarsi nei prossimi anni
Nessuno dei due interlocutori prevede una svolta improvvisa.
Nei prossimi cinque anni, secondo la loro lettura, si prospetta una crescita costante: la curiosità dei progettisti aumenta, e le imprese edili tradizionali – finora quasi estranee al legno – iniziano a considerarlo un’opportunità economica, per evitare le perdite finanziarie tipiche dei cantieri più lunghi.
Una crescita che dipenderà, concludono Lo Castro e Calcaterra, dalla capacità del settore di colmare il vuoto formativo nelle università, comunicare con più trasparenza il proprio lavoro e dimostrare – non solo nel residenziale ma anche nelle infrastrutture pubbliche – che la sicurezza dei tempi e dei costi non è una promessa, ma un dato verificabile.
